Dopo aver trattato, anche se in linee generali, il processo di ominazione, dalle sue origini e fino alla comparsa dell'Homo erectus africanus, al fine di inquadrare più dettagliatamente il tema prefissato ci sembra opportuno effettuare una momentanea pausa per approfondire il problema della diffusione e, quindi, delle vie di penetrazione che questo nostro antico progenitore ha percorso per pervenire al continente europeo.Una di dette vie sembra essere stata quella ipotizzata della penetrazione diretta dall'Africa del Nord tramite la Sicilia che, ormai è dimostrato, costituì, in alcuni periodi del Quaternario, quel lembo di terra posto fra i due continenti.Su tale ipotesi di lavoro ha operato e continua ad operare il Centro Siciliano di Studi Preistorici e Protostorici raccogliendo un'ampia messe di prove scientifiche e di dati, di natura interdisciplinare, che oggi consentono la trattazione del tema.Per ciò che concerne il canale di Sicilia, tutte le considerazioni relative alla batimetria attuale, alla sedimentazione effettuatasi dopo il glaciale Riss, alle variazioni eustatiche, alla tettonica ed alle deformazioni elastiche, legate agli interglaciali, dimostrano l'emersione dell'istmo siculo tunisino, in due fasi, riferibili al Quaternario antico e medio.Il problema dell'unione dei due continenti, Africa ed Europa, nel corso del Quaternario, è stato affrontato almeno sotto tre aspetti: dal punto di vista batimetrico e geologico, dal punto di vista paleontologico e da quello preistorico.Per ciò che concerne lo studio dei fondali, indagini dettagliate sono state effettuate, al fine di individuare, nelle attuali zone marine del Mediterraneo occidentale, i punti possibili di passaggio per il continente europeo. Due probabili vie di penetrazione sono state infatti ipotizzate:l'ispano-marocchina e la siculo-tunisina.Inizieremo, pertanto, la nostra trattazione esaminando tutte le documentazioni raccolte, relative ai fondali sottomarini e le possibilità delle loro emersioni nell'arco del Quaternario. La storia delle ricercheL'esistenza di una probabile connessione fra Tunisia e Sicilia fu per la prima volta ipotizzata, nel 1906, da Marcellin Boule. Nel suo lavoro sulle grotte di Grimaldi, Egli affermò che la piattaforma continentale europea, l'antico piano litorale oggi sommerso, fu limitato inferiormente dall'isobata di m. 200. Per mezzo del fenomeno detto "eustatismo", Egli disse che detta piattaforma avrebbe potuto collegarsi, a Capo Bon, con la piattaforma continentale africana.Riprendendo vecchi dati batimetrici, elaborati nel 1867 dallo Sprat, R. Vaufrey, nel 1929, compilava una carta dei fondali della zona siculo tunisina ed enunciava dati secondo i quali il continente europeo era stato delimitato a Sud-Ovest dal Banco dell'Avventura e a Sud-Est dal Banco di Medina che include l'attuale isola di Malta.Tale tesi fu accettata da molti studiosi e ciò spinse il Vaufrey a completare lo studio iniziato, enunciando la teoria definitiva dell'inesistenza di un istmo siculo- tunisino, in tutto l'arco del Quaternario.Le sue deduzioni si basarono principalmente sulla presunta inesistenza di resti fossili dell'uomo del Paleolitico inferiore e medio e delle sue tipi che industrie, nonché sulla presunta esistenza di maggiori profondità marine di quelle in atto riscontrate.Venuto in Sicilia Egli, in realtà visitò le sole zone di Trapani, Palermo, Messina e Siracusa, trascurando le terre poste a Sud dell'isola. Le nuove ricercheSistematiche ricerche, condotte dal Centro Siciliano di Studi Preistorici e Protostorici, hanno fornito oggi non solo le prove inconfutabili dell'esistenza di culture appartenenti a tutto l'arco del Paleolitico ma hanno addirittura permesso di scoprire uno fra i più antichi rappresentanti del genere Homo erectus d'Europa: il cranio MDS-AG 2840 di Mandrascava.Tali risultati sono stati ottenuti per mezzo di prospezioni condotte sulla terraferma, ma anche attraverso studi eseguiti nel canale di Sicilia al fine di fornire dati aggiornati per la compilazione di una nuova carta batimetrica relativa ai principali fondali. Questo lavoro, in particolare, ha confermato la presenza di grossolani errori riscontrati nei precedenti studi, dovuti certamente a mezzi di ricerca rudimentali e poco perfezionati ed ha inoltre dimostrato che un solo brevissimo tratto di mare, presentante isobate oltre i m. 200, separa attualmente la Sicilia dall'Africa.Tale zona corrisponde ad un distretto vulcanico sottomarino, il più importante del mediterraneo, interessato da ampi fenomeni orogenici oltre che da quelli epirogenici.Dallo studio dei fondali è stata anche messa in evidenza una barriera sottomarina che divide l'attuale Mediterraneo in due parti e che si estende tra la nostra Isola e la Tunisia.Nel corso della XIII Riunione Scientifica, tenuta a Malta, dall'istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, avevamo ipotizzato che una perforazione di sedimenti marini profondi avrebbe sicuramente comprovato la presenza di numerosi letti di ceneri vulcaniche oltre a sedimenti sollevati e deformati; furono inoltre esposte documentazioni secondo le quali, verso la fine dell'interglaciale Riss-Wurm, si erano prodotte pieghe e fratture anche nei livelli acheuleani tunisini e nell'Africa orientale ed occidentale. Tali fratture si disse essere state in relazione con i fenomeni vulcanici che stanno all'origine dell'attuale vulcanismo. Per la Sicilia furono citati eventi prodottisi in tempi storici e fra questi l'episodio dell'isola Ferdinandea o Giulia verificatosi nel 1891.Fu poi ampiamente trattato anche il fenomeno delle terre emerse e ciò anche in considerazione delle oscillazioni eustatiche che non possono essere disgiunte dai fenomeni tettonici.Vennero anche illustrati i più accreditati calcoli sulla cubatura dei ghiacciai attuali, in relazione alle masse formatesi durante le quattro principali glaciazioni europee (G. Bianchini, 1968).Per ciò che riguarda le ipotesi espresse sui fondali, circa due anni dopo, una spedizione internazionale rientrante nel programma oceanografico chiamato "Deep Sea Drilling Projet", a bordo della Glomar Challenger, proprio nel canale di Sicilia, doveva riscontrare, dall'analisi della serie delle "carote", ciò che in base puramente teorica avevamo dettagliata mente previsto. Recenti dati sulla connessione tra Sicilia ed AfricaAttraverso lo studio delle carte batimetriche, un'evidente antica unione e quindi una via di migrazione è riconoscibile nel Mediterraneo occidentale, essa risulta localizzata in quella zona di mare che partendo da Capo Bon o da Biserta volge verso Nord-Nord-Ovest, attraversa l'attuale canale di Sicilia e si riallaccia alle coste siciliane a Sud di Marsala.Per valutare l'esistenza di detto ponte transcontinentale, al periodo in cui poté effettuarsi una prima migrazione dall'Africa, occorrerà spostarsi nel tempo, fino a quel periodo che rappresenta esattamente un ciclo completo che inizia con una trasgressione ed una discordanza sullo strato precedente, cioè in quel periodo detto del Calabriano.Come precedentemente accennato risulta che in questa zona di mare, le isobate di 100 e 200 m. dei due continenti sono divise solo per un tratto di pochi chilometri che presenta profondità maggiori; questo distretto sismico, per eccellenza, contiene numerosi vulcani sottomarini.Nella fascia sismica della zona posta a Sud-Ovest della Sicilia sono presenti almeno due centri eruttivi distinti, situati tra Pantelleria e la prospiciente costa sicula. Tali centri hanno dato luogo a due eruzioni osservate rispettivamente nel luglio-agosto 1831 e nell'ottobre del 1891. In quell'anno, oltre a terremoti e moti di sollevamento, verificatisi nella vicina isola di Pantelleria, si ebbero continue emersioni di blocchi che frantumandosi in superficie lasciarono rilevare la loro incandescenza interna. Le emersioni furono precedute da innalzamento di colonne di fumo ed accompagnate da boati.Nei primi di luglio del 1831, in una zona dove il mare aveva profondità variabili dai 150 ai 200 m., si ebbero le prime manifestazioni geodinamiche; verso la metà del mese si era infatti determinato un rilievo appena emergente dall'acqua, ed in agosto, quasi alla fine dell'eruzione, si era già formata un'isoletta che aveva raggiunto un'altezza di circa 65 metri, con perimetro, al livello del mare, di circa 3.700 m.; il materiale da cui risultava composta era costituito in prevalenza da rocce tefritiche, cioè da una sostanza estremamente instabile per sostenere l'urto delle onde.Per l'incoerenza del materiale l'isoletta doveva rapidamente scomparire lasciando le sue tracce in una secca che oggi figura sulle carte nautiche come Banco di Graham.Che la Sicilia sia stata sempre interessata da fenomeni epirogenetici e sismici è un fatto che trova purtroppo riscontro anche ai nostri giorni; "Stromboli" l'episodio geologico della formazione dell'isola Giulia è storicamente un esempio recente, ma niente esclude che fenomeni simili si siano potuti verificare anche nel passato proprio in quella zona compresa fra le isobate di 100 e 200 m., sia sulla piattaforma europea che su quella africana; non è pertanto da escludere che nel Quaternario antico potè anche esistere una connessione, sia pur tettonicamente instabile e di durata relativamente breve, ma tanto da consentire le prime migrazioni dal continente africano proprio dall'Homo ergaster e dopo dall'Homo sapiens, venuto dal Sud Africa partendo da una zona vicino al mare, pronto a spingersi verso Nord a popolare il mondo e certamente destinato ad incontrare l'Uomo di Neandertal. La connessione fra la Sicilia e l'ItaliaÈ noto che l'eustatismo glaciale è stato quel fenomeno principale che ha determinato la separazione o l'unione di molte isole dalla terra ferma.Le cause della separazione della Sicilia dalla penisola italiana sono anch'esse da ricercare principalmente nell'eustatismo. Esiste infatti, nello stretto di Messina, una soglia subacquea (Punta Pezzo-Ganzirri) che presenta fondali compresi fra i 70 ed i 100 m. con isobate che a Nord toccano profondità di m. 272 ed a Sud m. 1.143 circa.Dette oscillazioni eustatiche, secondo i calcoli più accreditati eseguiti sulla cubatura dei ghiacciai attuali e di quelli wùrmiani, ci indicano che nei momenti di massimo volume del ghiacciaio, l'altezza dell'attuale livello marino poteva essere più bassa, rispettivamente di m. 150, raggiungendo valori compresi fra i 180 e i 250 m. come nella Manica (G. Baillot, 1964); valori sicuramente maggiori sono stati raggiunti nelle precedenti glaciazioni.