A tre Km. a Sud dell'abitato di Raffadali è ubicato " Cozzo Busoné ", nelle immediate adiacenze della strada statale 118 Corleonese-Agrigentina che ne delimita il versante orientale in corrispondenza del Km. 137. La sua forma è mammelliforme a sezione ellittica con asse maggiore diretto N.N.W.-S.S.E., la base è contornata da argille grigie del Tortoniano e si trova alla quota 260 s.l.m. Il vertice è a quota 312 s.l.m. con inclinazione variabile dai 20° ai 40° più accentuata nel versante meridionale ed in quello occidentale. Geologicamente " Cozzo Busonè " è costituito da uno spuntone di calcare ascrivibile al Mesozoico contornato da rocce plastiche di epoca molto più recente. Esteriormente presenta una superficie di colore plumbeo, resa tale per azione degli agenti atmosferici mentre l'interno è di colore bianco e molto ricco di fossili (" calcare a rudiste " del Cretaceo).Una regolare campagna di scavi, eseguita sul " Cozzo Busonènel giugno del 1967, metteva in evidenza vari complessi di tombe. La maggior parte di esse appartiene al tipo di sepoltura in uso fra le popolazioni post-neolitiche della Sicilia. Questo tipo di tombe a grotticella artificiale tipologicamente non può essere posteriore alla civiltà di Castelluccio, fiorita fra il XVIII e XV secolo a. C.Dodici di esse, violate già da tempo, venivano distrutte da operai di una Società che, acquistato " Cozzo Busonè ", ne aveva iniziato lo sfruttamento come cava di calcare.Ricerche condotte sulla collina dovevano però farne scoprire altre nascoste da interramento e da folta vegetazione a macchia che, celandone l'esistenza, ne aveva permesso la conservazione. Ad esse si accede o direttamente o attraverso una nicchia semicircolare che funge da anticella. Le tombe, ben conservate, sono del tipo di quelle delle necropoli di " Bernardina " (Melilli) e di Valsavoja (Lentini), rese note dalle pubblicazioni dell'Orsi. Alcune, date le loro dimensioni, dovevano contenere le spoglie di un singolo inumato; altre, più ampie, con pianta rotonda di circa m. 2,20 di diametro e volta dell'altezza di m. 1,10 circa, potevano contenere i morti di una intera famiglia. Nel complesso queste tombe costituiscono una delle necropoli di grotticelle artificiali più arcaiche della regione agrigentina. Materiale ceramico e litico si rinveniva in saggi effettuati all'esterno di esse, contenuto in pozzetti di natura carsica ricoperti con pietrame di arenaria, portato da lontano e quindi senza dubbio intenzionalmente.È chiaro che gli anfratti naturali sono stati usati come pozzetti votivi per conservarvi le sacre offerte portate ai morti sepolti dentro le tombe. Il materiale ceramico sembra risalire alla prima e media età del bronzo.Sono presenti vasi acromi di impasto grossolano come fruttiere su alto piede, pissidi globulari con pieduccio conico e " poculi " o attingitoi. L'industria litica è in prevalenza rappresentata da strumenti ricavati da grandi schegge e da pezzi irregolari di selce.Il ritocco è bifacciale e si tratta di " tranchets " e di picchi di tipo Campignano ricavati da selce biancastra opaca o addirittura da un calcare silicioso.Altri saggi sono stati effettuati sul versante centro Ovest e sul versante Sud di " Cozzo Busoné ". Questi versanti presentano una superficie tormentata da numerose buche ed anfratti creatisi per corrosione del calcare ad opera delle acque meteoriche. probabile che molti di essi, come vedremo in seguito, siano stati utilizzati dall'uomo come sepolture, dato che sul loro fondo si sono ritrovati strati compatti d'ocra con resti di ossa umane, ceramica dello stile S. Cono-Piano Notaro, lame litiche, tra le quali alcune di ossidiana, macine, pestelli e fuseruole.Alcuni saggi hanno messo alla luce resti di tombe a grotticella artificiale di quel tipo ritenuto comunemente il primo introdotto in Sicilia. Esse erano in massima parte assai mal conservate, sia a causa dell'erosione e dello sfaldamento naturale, sia per la distruzione intenzionale cui alcune di esse sono state soggette nel corso dei secoli da scavatori clandestini alla ricerca di un tesoro di cui parla una leggenda locale molto diffusa .La tomba B 11, la meglio conservata, presenta una cameretta circolare che si apre sul fondo di un pozzettto anch'esso circo lare; all'interno si sono rinvenuti resti di ceramica del tipo S. Cono - Piano Notaro, piccole lame di ossidiana e schegge di ossa umane frammiste all'humus di riempimento.La tomba B 9 si presenta di notevole interesse. Essa si apre sul fondo di un anfratto semicircolare. Al momento del rinvenimento essa era sbarrata da un chiusino di calcare frammentato e ricoperto da uno spesso strato di terra. All'interno una piccola macina con relativo pestello, intrisi ancora d'ocra, e vasetti completamente disfatti, recuperabili solo in piccoli frammenti, con le tipiche incisioni dello stile S. Cono.La tomba B 8 anch'essa a pozzetto ma a forma ellissoidale, si apre sul fondo di un anfratto che scende in lieve declivio. Presentava uno strato d'ocra sui fondo e molte tracce di ossa frantumate e fortemente calcificate. Prima di accedere ad essa, a circa 20 centimetri dalla superficie, si rinvenivano frammenti di piccole " oinocoai " trilobate del tipo S. Angelo Muxaro, vasetti acromi contenuti dentro la tomba sottostante, di impasto bruno nerastro, non potevano essere recuperati che in piccoli frammenti disfatti ed imprigionati dall'humus cementato, un grosso pestello appiattito e levigato nelle due facce opposte, una fuseruola, due valve di conchiglie (Pectunculus violacescens) e qualche frammento di ceramica con le tipiche incisioni della cultura dello stile S. Cono.L'anfratto B 16-17 doveva offrire la scoperta più importante. Esso, è costituito da una fossa e da un pozzetto strettamente legato ad essa. La fossa B 17, chiusa in un lato da un muretto a secco, ha restituito una grossa mazza litica percorsa su tutta la circonferenza da una profonda picchiettatura, una lastra litica ricoperta da abbondante ocra le cui tracce erano evidenti anche sul fondo, alcuni grattatoi ed un ciottolo ovoidale ed appiattito che presenta su di una faccia una cavità concoide e sull'altra due altre cavità adiacenti e tracce di usura su tutto il perimetro. Ciottoli del genere ricorrono in altre stazioni associati con l'industria di tecnica Campignana (Calaforno). Le ossa umane, in uno stato estremo di malconservazione, cosa del resto non eccezionale nelle sepolture in calcare, consentivano comunque di scorgere la posizione accentuatamente rannicchiata dell'inumato, che il contrasto tra il colore dell'humus e dell'ocra con quello delle ossa in massima parte polverizzate contribuiva a mettere maggiormente in risalto. La ceramica era quella dello stile S. Cono - Piano Notaro.Il pozzetto B 16 ha restituito quasi sui fondo, alla profondità di m. 1,50 circa, sotto una massa di humus nerissimo e cementato, una prima statuetta femminile. Si è voluta avanzare l'ipotesi che tutto il materiale, trascinato dalle acque, provenisse da un villaggio posto sulla sommità della collina. In verità molti anfratti contenevano nell'interramento che li ricolmava qualche elemento archeologico. Del villaggio non rimangono però tracce. I fondi delle capanne sarebbero potuti scomparire per azione delle acque meteoriche, in particolare per alcuni anfratti non si trova altra spiegazione se non quella che siano stati adoperati a scopo di inumazione data la presenza di un muretto a secco nella fossa B 17, di un chiusino frammentato nella B 9, di ocra sul loro fondo e del materiale ceramico e litico in situ, frammisto a resti umani.La riprova di tale tesi doveva darla il rinvenimento della seconda statuetta femminile in un pozzetto all'interno di un altro anfratto: E 4, anche esso usato come sepoltura, venuto alla luce sul versante Nord-Ovest del " Cozzo Busoné ".I ciottoli fluviali dalla superficie naturalmente levigata da cui sono state ricavate le due statuette sono stati sfruttati intelligentemente dall'artista, che sicuramente ne avrà curata la scelta e che ha saputo scorgervi una forma naturalmente preesistente. Nella stazione eneolitica di Fiorano Modenese, il Malavolti rinveniva un manufatto la cui forma lascerebbe pensare, anche se molto discutibilmente, ad uno sviluppo concettuale analogo a quello delle " Veneri di Busoné ". Per queste ultime le figure sono state ottenute con la tecnica del martellamento e della picchiettatura, che ha prodotto superfici porose su cui era più facile fissare l'ocra, elemento magico rituale e nello stesso tempo mezzo di espressione artistica, e con la tecnica dell'incisione che, delimitando in alto ed orizzontalmente la zona pubica, continua verticalmente dividendo le cosce. Le statuette femminili di Busoné sono la rappresentazione della " Dea Madre " e quindi ennesimo esempio di quel misterioso processo di nascita e rigenerazione che sin dal paleolitico superiore è stato legato alla figura femminile. La loro particolare forma permette però di interpetrarle come oggetti simbolico-bisessuali.Se si osserva la prima statuetta dalla parte posteriore si ha l'impressione di scorgervi un simbolo fallico. Del resto, anche altre statuette femminili paleolitiche manifestano tale simbolismo. L'abate Breuil, riferendosi alla Venere del Trasimeno, vi ravvisava un simbolismo fallico. Tali attributi sembrano essere stati riconosciuti anche ai ciottoli incisi e scolpiti di Shaar Hargolan, di Gesher e di altri luoghi nelle immediate vicinanze dello Yarmuk e a Biblo nel complesso delle culture neolitiche costiere.La statuetta femminile del pozzetto B 16 è alta mm. 161, la sua massima larghezza corrisponde ai fianchi ed è di mm. 48,50, Io spessore preso fra il punto più sporgente dei glutei e quello del ventre è di mm. 54,8. Il suo stato di conservazione appare ottimo e le evidenti tracce di ocra, che ricoprono le zone picchiettate, sono state fissate presso il gabinetto di restauro del Museo Nazionale di Agrigento.Nella parte anteriore e distale del ciottolo sono segnati i lineamenti del volto. Il naso ha la forma di un triangolo isoscele scavato nel suo interno, con la base in basso ed il vertice in alto e gli occhi, segnati lateralmente ad esso, sono resi con due cerchietti leggermente picchiettati nel cui interno si conserva la superficie liscia del ciottolo. Non si rileva alcuna traccia che segni la bocca; la testa è rigidamente attaccata al tronco. Il problema di tale rigidità è però risolto mirabilmente con la presenza di chiome fluenti che toccano le spalle all'altezza degli omeri; solo un leggero solco picchiettato divide la testa dal busto. Sempre anteriormente, una superficie resa porosa e ricoperta d'ocra (ne rimane ancora qualche lieve traccia), che corrisponde al tronco e che segna in alto la plica ed i solchi sottomammari, interessando l'epigastrio ed i due epicondri destro e sinistro, delimita in basso la parte superiore del ventre reso piatto dalla concavità di tale linea. Le mammelle, messe in risalto dal contrasto di colore del ciottolo con quello dell'ocra, sono pendule e grasse. Al centro dell'addome è segnato con una fossetta l'ombelico. La parte antero-inferiore è volutamente trattata con la tecnica dell'incisione che mette in risalto il rilassamento dell'addome e la prominenza del pube.Un solco profondo all'altezza della zona pubica, segna la plica sottoventrale e poi scende a dividere le cosce che non appaiono grasse data la convessità del ciottolo. Solo nelle regioni antero-laterali sono visibili le articolazioni degli arti inferiori. Risaltano pertanto le masse glutee, la zona dell'articolazione coxo-femorale e quella del ginocchio.Gli arti terminano all'altezza delle caviglie laddove il ciottolo si arrotonda naturalmente. Nella zona dorsale sono riprodotte le forme anatomiche essenziali e il più possibile vicine alla realtà.La parte distale è interessata dalla continuazione della linea picchiettata antero-laterale che, continuando posteriormente, delimita la chioma e segna un distacco fra la testa e le spalle.La parte prossimale è interessata da una zona picchiettata che contornando i glutei si continua nelle parti latero-dorsali, segnando le forme degli arti inferiori. Il contorno di tale zona penetra in alto tra i muscoli glutei formando un triangolo con il vertice in basso, segnando la plica interglutea all'altezza della regione sacrale. I muscoli glutei risultano arrotondati.La tecnica della picchiettatura che dà all'ocra la possibilità di meglio fissarsi crea una platopigia evidenziata più dal contorno e dal colore che dal volume.La statuetta dell'anfratto E 4 è identica stilisticamente alla prima ma di dimensioni minori (cm. 6).La regione anteriore del ciottolo è appiattita naturalmente, la parte più sporgente coincide sempre con la regione dei muscoli glutei. La tecnica della picchiettatura più fitta mette in risalto maggiormente le forme anatomiche. Sono assenti i lineamenti del volto e mancano gli arti superiori. Anche in questo secondo reperto gli arti inferiori terminano all'altezza delle caviglie senza nessun accenno ai piedi. I capelli sono segnati nella parte posteriore più fluenti. L'anfratto E 4 ha restituito ceramica dello stile S. Cono.Dalla descrizione stilistica delle " Veneri ", anche se indubbia mente condizionate alla forma del ciottolo, risaltano alcuni elementi che ritengo sia bene mettere in evidenza.In tutti e due i reperti gli arti inferiori terminano uniti in punta e senza accenno ai piedi. Sono stati trascurati completamente gli arti superiori e i lineamenti del volto, che presenti in una statuetta, sono assenti nell'altra. Le forme sono polisarciche e rese tali dai contorni curvilinei. Ci troviamo difronte a reperti associati a ceramica e per tanto è da escludere una loro appartenenza al periodo paleolitico; se analizzate stilisticamente, per le caratteristiche prima descritte, presentano notevoli affinità con le " Veneri " gravettiane.Il problema non è nuovo in effetti. Della statuetta femminile in pietra di Chiozza di Scandiano, nonostante i sopraluoghi effettuati dal prof. Graziosi, non si poté stabilire la provenienza geo-stratigrafica. Durante una campagna di scavi, poco tempo dopo la scoperta della " Venere ", eseguita nel deposito argilloso dalla Laviosa Zambotti, veniva alla luce un abitato eneolitico o recenziore costituito da fondi di capanne ed inumazioni." I ciottoli provenienti da questo abitato ed in particolare dai focolari ad esso appartenenti, presentavano un'alterazione di colore violaceo, alterazione che si nota altresì in alcuni punti della statuetta " (P. Graziosi).Il problema rimaneva insoluto ed anche quest'ultimo reperto, come tutti gli altri rinvenuti in Italia, privo di elementi geo-stratigrafici è stato annoverato, per i noti caratteri stilistici, fra le " Veneri " dell'aurignaco-perigordiano.Lo studio potrebbe estendersi ad altri reperti italiani e quindi accertare una loro appartenenza al paleolitico superiore o riconoscerli come di un momento successivo e quindi anello di congiunzione fra le "Veneri " paleolitiche e quelle neolitiche ed eneolitiche. Del resto è noto che " non si conoscono sino ad oggi stazioni contenenti industrie perigo-aurignaciane nell'Umbria.., e che non possediamo alcun elemento per poter datare le stazioni di superficie romanelliane che tuttavia devono essere di un momento successivo a quello perigo-aurignaciano. Il deposito della grotta del Golino, che sembra il più arcaico, non dovrebbe risalire oltre a 12 mila anni da oggi e quelli delle grotte della VaI di Lima certamente sono più recenti. Inoltre almeno fino ad oggi mancano in Emilia le stazioni con i resti appartenenti alle culture del paleolitico superiore " (Radmilli). Le stesse " Veneri " di Parabita sono prive di sicuri dati stratigrafici.Esaminiamo ora, anche se molto rapidamente, le " Veneri" del l'aurignaco-perigordiano la cui area di diffusione si estende in tutto il continente europeo, dall'Europa occidentale alla Russia fino agli Urali ed alla Siberia.È noto che le " Veneri ", espressione tipica della femminilità feconda, furono create dalla mente umana per esprimere la maternità in senso pieno ed assoluto. Se seguiamo il diffondersi di tale culto osserviamo che esso è presente e predominante in tutta l'Europa occidentale e centrale, con quello stile che le mostra cariche di femminilità, di valori plastici messi in evidenza con il sapiente giuoco dei volumi che, anche toccando il paradosso, si mantengono sempre dentro proporzioni tali da renderle accette pure se esse sfiorano il surrealismo. È il trionfo del corpo femminile. Esse sono senza dubbio pervase da un soffio potente di vitalità che esprime la mentalità religiosa dei popoli paleolitici. Quando l'eco di questo mito toccherà i confini più estremi dell'Europa, si affievolirà tendendo ad una stilizzazione delle forme. Le " Veneri " a noi pervenute passano stilisticamente da una rappresentazione puramente realistica (Venere di Willendorf) ad una rappresentazione che sfiora il surrealismo (Venere di Lespugue), fino a rappresentazioni fortemente stilizzate (Veneri di Maltà). Per queste ultime non dobbiamo del resto dimenticare che in Siberia lo stadio più antico del paleolitico superiore sembra corrispondere almeno al Maddaleniano iniziale. Osservandole si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad un culto ormai in fase di esaurimento. È proprio con l'avvento del Maddaleniano che l'uomo volgerà la sua attenzione verso altre forme di culto che svilupperanno le rappresentazioni zoomorfe a scapito di quelle antropomorfe. Con l'avvento del neolitico, l'eco del culto della " Dea Madre ", già molto affievolito, sarà rivolto alla Dea non come simbolo di maternità feconda, ma di fecondità nel senso più generale e legato all'abbondanza dei prodotti della terra e delle greggi. Tale concetto presente nelle numerosissime statuette femminili rinvenute a Malta, negli idoletti marmorei delle Cicladi, in quelle fittili e litiche ritrovate dal Mellaart in Anatolia negli scavi di Hacilar e in quelle altre di più recente rinvenimento di Hamangia in Dobrugia alle foci del Danubio, trova il suo completamento nella "Magna Mater " del vicino e Medio Oriente e del mondo greco-romano.Possiamo concludere che le " Veneri " di Busoné, sono quell'atto tecnico che crea una sintesi tra materia e forma. L'artista ha dimostrato di essersi impossessato del colore e del disegno ed è riuscito a creare su dei ciottoli immagini di donna-divinità, delineandone i contorni per renderla più visibile.Il mito, il racconto di quello che stà nel profondo dell'oggetto è giunto