Le conoscenze sul Paleolitico superiore antico italiano fino a poco tempo fa si basavano su pochi depositi meglio scavati e fra questi il Riparo Mochi, situato nei pressi della grotta Grimaldi, ai confini della Francia, laddove A. C. Blanc e L. Cardini avevano individuato una serie stratigrafica con diversi livelli contenenti lame a dorso abbattuto; alla base di tale giacimento era stato individuato uno strato con strumenti di aspetto aurignaziano, comprendente un buon numero di lamelle Dufour, seguito da un livello dell'Aurignaziano classico e quindi da uno strato superiore interpretato come Perigordiano superiore perché in esso erano state individuate punte di La Gravette, microgravettes e bulini di Noailles, assieme ad altri strumenti tipici.Il tutto veniva standardizzato come facies mediterranea del Perigordiano; i livelli superiori, si segnalava arricchirsi di microliti.Altri siti, nel nord Italia, restituivano, nel frattempo, industrie più o meno perigordiane ed aurignaziane, come in Valdarno, dove erano stati riconosciuti livelli a bulini di Noailles tipici, microgravettes e punte monofacciali foliate.Un Aurignaziano ricavato da piccoli ciottoli scheggiati veniva segnalato nel Lazio, associato a punte d'osso a base fenduta, unitamente a grattatoi carenati e a muso, oltre che a bulini e grattatoi su lama ritoccata.Tale complesso litico, ritrovato nella grotta del Fossellone sarebbe stato denominato "Circeiano", ennesima terminologia, perché la grotta ubicata proprio sul monte Circeo.Anche in terra d'Otranto la grotta Romanelli doveva restituire un'industria a microgravettes, lame appuntite, microliti, lame foliacee e numerosi piccoli grattatoi corti, unguiformi, posti sopra ad un livello contenente Musteriano di tipo Quina.In base a tale stratigrafia si volle allora assegnare tale complesso litico al Paleolitico superiore arcaico, mentre oggi risulta chiaro trattarsi di facies molto più recenti.I nuovi studiosi e ricercatori, da questo momento in poi, sembreranno pervasi dalla smania di trovare le fasi più antiche di questo periodo, forzando spesso la mano e basandosi, a volte, più sui risultati ottenuti dall'analisi delle faune fossili, sulle datazioni dette assolute, volendo ad ogni costo assimilare alcuni aspetti tipologici regionali; si affermò così, perché faceva comodo, che le condizioni dell'ultimo periodo glaciale avevano spazzato via quasi tutto, lasciando tenui e deboli prove sulla presenza dell'uomo di quel periodo, nella nostra Penisola.Per ciò che riguarda l'Aurignaziano, l'identificazione delle fasi più antiche, chiamata in Italia Proto-aurignaziano, impegnerà diversi autori e fra questi A. Palma di Cesnola che segnalava di aver individuato fra tali industrie due facies ben distinte e ciò in base alla presunta o meno presenza di un fossile guida identificato fra le cosiddette lamelle Dufour, riscontrabili soprattutto nelle fasi arcaiche. In effetti tale tipo di lamelle non sempre possono essere tenute a base di determinazioni tipologiche, specie se non accompagnate da ulteriori elementi probatori, perché tecniche di distacco su nuclei lamellari sono presenti in quasi tutto l'arco evolutivo del paleolitico superiore.Comunque stiano le cose, la facies a Dufour è stata identificata, nell'Italia del nord, anche nel riparo Mochi, in Toscana a Vallombrosina, alla Fabbrica, ed in Campania a Castelcivita.I giacimenti privi di tale fossile guida risulterebbero ubicati, al contrario, nell'Italia centrale, lungo il versante tirrenico e nell'Italia del sud, versante adriatico-ionico.Il complesso litico scoperto in Toscana, nella Grotta del Cavallo, è stata infine classificato come Perigordiano inferiore, presentando alcune analogie con il Caisteperroniano classico ; i legami dell'Uluzziano con il Perigordiano inferiore francese risultano tuttavia difficili da stabilire. Questo tipo di manufatti sembrerebbe invero legato ad un Musteriano detto appenninico o come afferma A. Palma di Cesnola trarrebbe la sua origine dal Musteriano a denticoli della Toscana con il quale presenta legami tecnologici di distacco della materia prima dai nuclei.Viene poi sottolineato anche il tipo di ritocco erto marginale, presente in detti strumenti, sicuramente trattati con il percussore Iitico,come ha ben evidenziato F. Bordes.I depositi che contengono l'Uluzziano presentano, negli strati superiori, aumento dell'indice laminare mentre la tipologia degli strumenti si evolve con la realizzazione di raschiatoi che prendono il posto dei denticolati.Schegge e placchette silicee, legate alla natura della materia prima recuperata in loco, furono a loro volta trasformate in strumenti a dorso curvo, segmenti a mezza luna, grattatoi ecc. ; sono anche presenti schegge a ritocco scagliato "chasse-lame" che comunemente vengono interpretate come scalpelli litici per il distacco lamellare dai nuclei.L'Uluzziano tipico è stato fino ad oggi identificato solo nell'Italia meridionale (Puglia e Calabria), non estendendosi a nord oltre la Toscana.Noi riteniamo che il termine Uluzziano non può essere sempre correttamente adottato, specie in giacimenti notevolmente distanti, quando già esiste, ed è universalmente accettato ed adottato quello detto del Perigordiano inferiore o Chastelperroniano.Aspetti aurignacoidi sono stati comunque notati diminuendo in percentuale i larghi segmenti a forma di mezze lune, mentre più frequenti si riscontrano grattatoi a muso frontali lunghi e lame aurignaziane.L'Aurignaziano è stato documentato anche nelle Alpi Feltrine, sul Monte Avena, sui Lessini e sui Colli Berici.Nel Riparo Tagliente sono stati recuperati pochi strumenti quali spessi bulini, ricavati da schegge grossolane a volte corticate, a biseau poligonale carenato, ad una o a due serie di distacchi, lame a dorso marginale, grattatoi a spalla ed a muso piatti, frontali, a muso isolato, con stacchi lamellari ed inoltre alcuni pezzi scagliati e le così dette lamelle Dufour.Si tratta certamente di strumenti tutti tipici che però non possono essere posizionati in una sicura stratigrafia, essendo risultati alcuni strati del deposito, sconvolti da crioturbazioni; ciò non significa comunque che non si tratti di un importante ritrovamento.Nelle Alpi Feltrine, a Monte Avena la presenza di grattatoi carenati con stacchi lamellari autorizzerebbe ad attribuirli all'Aurignaziano.Sui Monti Lessini, il riparo Fumane ha purtroppo, per il momento, restituito pochi pezzi così come a Coal de la Volpe ma è auspicabile che nel prosieguo, altre ricerche possano apportare ulteriori rinvenimenti.Anche sui Colli Berici scarse sembrano le testimonianze attribuibili all'Aurignaziano,resta comunque assodato che i pochi strumenti recuperati erano posti sopra gli strati Musteriani e al di sotto di quelli Gravettiani.In questi ultimi anni altri siti sono stati scavati su tutta la nostra Penisola, testimoniando anche il diffondersi del Gravettiano ed Epigravettiano.Dopo aver illustrato le scoperte più significative del Paleolitico superiore italiano, credo sia giunto il momento di trattare delle nuove scoperte effettuate in Sicilia.Le prime prospezioni sul sito di Palma di Montechiaro, individuato in contrada Tumazzo Passo Falcone (prov. di Agrigento) risalgono al 1981.Sul sito sono state condotte numerose campagne di scavo, raggiungendo il livello di base nel 1990.Una nota preliminare venne presentata, unitamente alla segnalazione di altri giacimenti, in seno al XI Congresso internazionale tenutosi a Mainz nel 1987 ; solo nel 1991, una comunicazione dettagliata di tutta la colonna stratigrafica e delle industrie in essa contenute, veniva da noi illustrata nel corso del XII Congresso di Bratislava.In questi ulteriori anni abbiamo dedicato le nostre energie allo studio sempre più dettagliato ed approfondito di quasi tutte le industrie litiche del Paleolitico superiore ritrovate in Sicilia e speriamo di fornire ora una vasta monografia al riguardo.Intanto, perché sollecitati da più parti, specie da chi ha avuto modo di vedere ed esaminare i vari reperti e gli oggetti d'arte mobiliare associati, ci accingiamo a fornire, nel presente lavoro l'integrale traduzione, da una delle lingue ufficiali, del testo della comunicazione presentata in seno al XII Congresso dell'U.I.S.P.P. nel quale il giacimento di Tumazzo fu da noi ribattezzato "La piana degli elefanti", prima per evitarne danni irreparabili perpetrati da clandestini ricercatori e poi anche per i numerosi resti fossili di questi pachidermi, ritrovati nelle vaste pianure circostanti il riparo e perché la gran parte delle manifestazioni artistiche d'arte mobiliare, riscontrate in stratigrafia, riproducono tale soggetto mai fino ad oggi segnalato fra i reperti e le manifestazioni parietali dei giacimenti italiani . Rappresentazioni di tali animali sono comunque presenti e come arte mobiliare, realizzati in materiali diversi, abbracciando un arco di tempo compreso fra 32.000 e 23.000 anni a.C., nonché quali manifestazioni d'arte parietali. Dette manifestazioni d'arte mobiliare sono state in effetti ritrovate in Russia, Cecoslovacchia, Germania e Francia e manifestazioni d'arte parietale, sia come dipinti che incisioni, in Russia, in Spagna, ma soprattutto in Francia.Ci siamo decisi in tal senso perché da qualche tempo è invalsa la cattiva abitudine di ritardare la diffusione degli atti dei Congressi ufficiali sia per il numero rilevante delle comunicazioni, sia per gli alti costi di stampa e divulgazione.Con il presente lavoro intendiamo ovviare a tale carenza, convinti come siamo che il ritardo dell'acquisizione di nuovi dati, regolarmente comunicati, non può che frenare il progresso del sapere e nel contempo non permettere ad altri di discutere sui risultati ottenuti, che sono sempre utili al prosieguo delle ricerche, in una data regione.