Il primo ad elaborare una classificazione che è tuttavia alla base della sistematica, circa il posto che l'uomo deve occupare fra le creature presenti nel nostro pianeta, fu il grande naturalista svedese Carlo Linneo. Nel suo Systema naturae, apparso nel 1735 e che stabilisce la dottrina della classificazione fissa delle specie, l'uomo viene collocato nell'ordine delle scimmie antropomorfe. Egli aveva costituito così la base di quella rivoluzione teorica evoluzionistica, che si svilupperà verso la fine dell"800, principalmente ad opera di Charles Darwin, il quale, con la pubblicazione del suo famoso trattato, doveva mettere a rumore tutto il mondo di lingua inglese.Dal canto loro, già prima Georges-Louis Buffon e Georges Cuvier, con i loro saggi di anatomia comparata, avevano messo in evidenza l'esistenza di specie estinte, mentre Jam Hutton e Charles Lyel avevano cominciato a dimostrare che la superficie della terra aveva subito profonde modificazioni e William Smith, dal canto suo, era riuscito ad associare diversi fossili alle varie ere geologiche appena delineate, attraverso lo studio dei diversi sedimenti. Ma è soprattutto ad opera di Jean-Baptiste Lamarque che, per la prima volta, viene considerato quale momento magico quella fase dell'evoluzione che vede una scimmia alzarsi in posizione eretta per scrutare oltre le alte erbe della savana. Sarà Charles Darwin che, intuendo l'enorme sviluppo di tale concetto, profetizzerà il giorno in cui sarebbe stato possibile dimostrare che il cugino delle scimmie antropomorfe, partendo dall'Africa, si sarebbe spostato dalla sua terra d'origine alla conquista di nuovi orizzonti, squarciando il buio al di là della siepe. Durante il lungo periodo di circa un secolo di ricerche, le prove relative alla nostra evoluzione si sono così lentamente accumulate, grazie alla tenacia di ricercatori che, giorno dopo giorno, con enormi sacrifici hanno fissato i risultati ottenuti, leggendo nel grande libro della storia dell'umanità.Alcuni capitoli di tale opera sembrò potessero alfine dare una risposta all'incessante interrogativo e così, ad esempio, dopo la scoperta dei resti di Giava, alla fine del secolo scorso, si pensò che tale storia fosse stata completamente chiarita, perché ci fu chi disse essersi trovato "l'anello mancante" fra l'uomo e le scimmie antropomorfe. In effetti si era ben lungi dalla soluzione del problema, perché ancor non ben valutata la complessità del tema trattato; a ciò si aggiunse, sin d'allora, la diffidenza e la ripugnanza di tutti coloro che non vollero assolutamente ammettere una comune atavica origine.Darwin stesso, da principio, fece soltanto un timido accenno alla necessità di approfondire la vera origine dell'uomo e ciò anche se alcuni suoi intrepidi difensori, quali il naturalista Thomas Huxley, nel 1860 si erano impegnati a controbattere il pensiero dei creazionisti, primo fra i quali il vescovo Samuel Wilberforce, con la splendida dissertazione tenuta all'Accademia delle Scienze di Oxford. Fu così che nel 1871 Charles Darwin si vedeva quasi costretto ad affrontare il problema su "L'origine dell'uomo", esponendo chiaramente i suoi concetti più scabrosi. La reazione fu proprio quella che Egli si aspettava e, per darne anche se una pur pallida idea, ci piace citare l'atteggiamento di una persona, che, come accade, non essendo addetta ai lavori, testimonia la comune reazione dell'epoca; mi riferisco alla moglie del vescovo di Worcester, che sembra così si sia espressa: "L'uomo disceso dalle scimmie?, speriamo che non sia vero e se Io è, speriamo che la notizia non si diffonda".Anche se l'opera "L'origine della specie" era stata trattata in maniera chiara e facilmente accessibile a tutti per la razionalità dei concetti, essa, al tempo, non fu certamente sostenuta dall'emergenza di prove, ma da scarsi risultati di ricerche sul campo. Fu così che si verificò un mutamento delle opinioni scientifiche, tanto che in molti libri dell'epoca fu suggerita l'ipotesi che l'avventura evoluzionistica, in generale, si era effettuata semplicemente attraverso quattro stadi succedutisi durante gli ultimi cinque o sei milioni di anni e ciò ricercando le prove esclusivamente nel racconto della creazione, del Vecchio Testamento.Un gran numero di scienziati si accanì così a ritrovare le risposte nel racconto del Diluvio universale, pretendendo di dimostrare che i fossili altro non fossero che i resti delle creature travolte dal Diluvio e sepolti sotto i detriti che si ammassarono sulla superficie terrestre, allorquando le acque si ritirarono. Vi furono però moltissimi liberi pensatori che ritennero tale ipotesi in netta contraddizione con le prove fornite dalla geologia. I vari resti che si rinvenivano, essi affermavano, erano ciascuno diverso dagli altri e contenuti in livelli successivi, il che indicava chiaramente essere appartenuti pertanto a soggetti vissuti in periodi geologici diversi, il che manifestava inconfutabilmente non poter essere stati tutti travolti dallo stesso grande diluvio.Per superare questo punto evidentemente inconfutabile, data l'evidenza dei fatti, Georges Cuvier enunciava l'ipotesi di una serie di catastrofi, ognuna delle quali era stata seguita da un'era di calma, durante la quale la terra si era nuovamente ripopolata; evidentemente tale nuova teoria ben si adattava alla cronologia biblica che voleva la prima creazione divina essere consistita soprattutto di creature marine, la seconda di rettili, la terza in prevalenza di mammiferi e la quarta, quella descritta nelle pagine del Vecchio Testamento, coincidente con il Diluvio universale che aveva risparmiato solo gli ospiti della mitica Arca.La nuova teoria "delle catastrofi" non poteva così correre il pericolo di un' ennesima smentita; enunciata da un uomo della statura di Cuvier, non poteva che ottenere il favore della Chiesa e quindi della stragrande moltitudine degli intellettuali o pseudo intellettuali dell'epoca, che si affrettarono così a confermare le conclusioni avanzate dall' arcivercovo James Ussher, che nel 1593 aveva affermato la creazione del mondo risalire a 4004 anni a.C. e ciò attraverso calcoli dallo stesso, effettuati tramite la presunta età dei discendenti di Adamo, ricordati nell'Antico Testamento, aggiungendo a questi un certo numero di anni ricavato dallo studio della storia ebraica.A 125 anni di distanza dalla pubblicazione del trattato su "L'origine della specie", la genetica e la biologia molecolare forniscono prove schiaccianti sulla bontà e chiarezza della tesi enunciata da Darwin ed i risultati di un'attenta ricerca paleoantropologica, le innumerevoli prove allora mancanti. Lo scheletro riesumato nel '700 dallo svizzero Johann Scheuchzer e frettolosamente giudicato come quello di un uomo antidiluviano, sappiamo oggi essere stato quello di una salamandra gigante e quello riportato alla luce nel 1820 dal barone von Shlottheim, in Sassonia, essere effettivamente appartenuto a un essere umano.Il primo vero ritrovamento, di importanza capitale, doveva però avvenire nel 1856, in una miniera presso Dusseldorf, nella valle di Neander, da parte del prof. Fuhlrot, che ci presentò così la prima vera immagine di un nostro antenato, anche se poi esageratamente definito scimmiesco.Ma anche questa scoperta fatalmente non veniva accolta con unanimità di opinioni e, come accade in questi casi, ci fu qualcuno che, in cerca di gloria, o per vivere di luce riflessa, si affrettò a confutare la scoperta, dicendo che i resti, anche se ancora non mostrati ufficialmente, erano sicuramente appartenuti ad un barbaro che aveva dovuto incutere timore persino alle armate romane. L'autore di tale assioma era stato l'anatomista Shaffhansen. Anche i giornali ripresero la notizia e fra questi il Medical Times and Gazette liquidò la scoperta, affermando doversi trattare dei resti di un povero idiota, morto da eremita nell'interno di una miniera. Altri corrispondenti, ritenuti più colti, perché a giudizio unanime i soli detentori della verità, quali profondi conoscitori della storia, trasmisero altri articoli, chiarendo che trattavasi non di un eremita ma di un cosacco sofferente dì artrosi, disertore dell'esercito russo, che seguì la ritirata di Napoleone da Mosca nel 1814.Il destino dell'uomo di Neanderthal, come si vede, non fu fra i più rosei, anzi oserei dire infamante, non solo per ciò che gli era stato attribuito aver compiuto durante la sua esistenza, ma per l'aspetto che dello stesso si è voluto tramandare, quasi fino ai nostri giorni, facendolo apparire quale esempio tipico della bestialità originaria, falso modello di uomo scimmia, unico prototipo del nostro antenato selvaggio. Oggi sappiamo al contrario che all'homo di Neanderthal spetta un posto importante nel quadro evoluzionistico; al contrario egli ci appare come un essere pensante, tecnicamente specializzato, preoccupato del senso estetico e già in possesso di un forte grado di spiritualità, testimoniata dalla nascita del culto dei morti e certamente gravato da tutte quelle preoccupazioni che insorgono in chi intende assicurare la propria e l'altrui sopravvivenzaNel 1884 l'olandese Eugène Dubois, dal carattere bizzarro e quanto mai ribelle, abbandonava per una lite il suo assistenziato all'Università, dedicandosi alle ricerche paleontologiche. Quel giorno egli, rinunziando ad una tranquilla carriera accademica, imboccava la via che lo avrebbe condotto, non senza aver prima lottato tenacemente contro i sui sprovveduti oppositori, alla notorietà, certamente spettantegli. I suoi studi non si erano invero limitati alla medicina, ma da appassionato ed intelligente autodidatta, era riuscito ad impadronirsi delle nozioni fondamentali di tutte quelle materie interdisciplinari inerenti l'oggetto del suo studio. Egli era stato attento alle teorie di Darwin ed Haeckel, assommando così quelle conoscenze che sono le basi teoretiche delle future scoperte in un campo estremamente affascinante; a ciò si aggiunse una tenacia non comune e uno spirito di sacrificio portato a volte alle estreme conseguenze.Verso la fine deI 1887 egli decideva di arruolarsi nell'esercito coloniale, certamente non per spirito patriottico, ma perché convinto che nelle Indie orientali avrebbe sicuramente colto l'occasione favorevole per effettuare le sue ricerche sull'uomo fossile; e così, in capo ad un anno, riusciva a convincere i suoi superiori a lasciargli effettuare alcuni scavi nell'isola di Giava, lungo le rive del fiume Solo. Egli porterà alla luce una calotta cranica, un frammento di mascellare, un femore e due denti di quello che in seguito sarà definito Pithecantropus erectus.Anche questa scoperta non sarà accolta con entusiasmo e negli ambienti accreditati Io stesso Haeckel, pur apprezzando chi in lui aveva tanto creduto, si limiterà a dire: "...è naturalmente impossibile, attraverso scarsi frammenti, ricostruire, in maniera sufficientemente attendibile, l'immagine di un tale notevole Primate del Pliocene". Considerazioni diverse avrebbe sicuramente espresso, se il ritrovamento fosse stato da lui effettuato o da qualche suo assistente.Le tiepide reazioni alla sua tanto importante ipotesi di lavoro furono per Dubois un duro colpo. Sarà nel corso degli anni '20, con la scoperta dell'homo erectus di Pechino e col ritrovamento, prima di un suo molare e poi degli altri resti del Sinanthropo, che verrà riaccesa la discussione, mettendo alfine in rapporto i due gruppi di fossili ritrovati.Altri resti verranno intanto alla luce a Giava e poi in Europa e in Africa, decretando definitivamente l'esistenza dell' homo erectus, riabilitando nel contempo Dubois, ormai vecchio ma ancora testardamente attaccato al suo pitecantropo. La sua esistenza si sarebbe comunque dovuta spegnere dopo un ennesimo scontro epistolare, all'età di 83 anni, mentre ancora i resti fossili da lui scoperti giacevano sepolti sotto le assi del pavimento in legno della sua sala da pranzo, celati agli occhi dei curiosi incompetenti, come lui amava definire i suoi avversari.La sorte dei resti fossili dell'uomo di Pechino sarà invece più tragica. Affidati ad un contingente di marines americani, allo scoppio della II guerra mondiale, scompariranno definitivamente lungo il percorso per l'imbarco, avvolti in un mistero ancora insoluto.Per ciò che riguarda poi i più antichi rappresentanti del genere homo, bisognerà risalire al 3 febbraio del 1925 e spostarsi nel continente africano. Sarà Dart questa volta a riesumare i resti da tutti conosciuti come quelli di Taung o dell'australopithecus africanus. Come per il passato, anche tale nuova scoperta si scontrerà con la testardaggine più bassa e l'incredulità degli altri antropologi, e primo fra tutti con quella di sir Arthur Keith, il più tenace avversario di Dubois e vedi caso, fanatico sostenitore del cranio di Piltdowm, molto abilmente falsificato per essere l'opera attribuita al suo scopritore Charles Dawson, che ingiustamente da solo viene oggi ricordato con l'epiteto infamante di mistificatore del secolo.A favore di Dart saranno pochi che si schiereranno e, fra questi, Robert Broom che era l'unico a non godere, guarda caso, di buona fama negli ambienti accademici. Sarà proprio lui, però, che, ritrovando a Sterkfontein un cranio quasi intatto di australopitheco adulto e poi i resti più primitivi di Kromdrai, definiti dell'australopithecus robustus riuscirà a dimostrare al mondo ciò che Dart non era riuscito a fare, forse perchè stanco di lottare contro nemici arrivisti, e sicuramente invidiosi.A sir Arthur Keith, a questo punto, non restava che fare marcia indietro ed ammettere, all'età di ottant'anni, di aver sbagliato tutto.La nostra breve storia potrebbe continuare, parlando delle difficoltà incontrate da L.S.B. Leakey per far riconoscere il suo homo habilis o delle lotte sostenute da Donald Johanson per fare accettare la sua Lucy, ma sono eventi molto recenti che lasciamo alla considerazione dei posteri. Il dovere di ogni serio ricercatore è comunque quello di lottare con tenacia contro tutto e tutti quando sa di essere nel giusto e di non lasciarsi intimorire nè da minacce nè dalla prepotenza di certi cattedratici, che si fanno scudo del loro titolo accademico per bloccare il progresso della ricerca scientifica.