Gli studi, fino ad oggi intrapresi in Sicilia, sui complessi litici del Paleolitico superiore, avevano messo in evidenza facies attardate dette dell'Epigravettiano finale.Solo un giacimento, quello di Fontana Nuova, a Marina di Ragusa (Laplace 1964), per la presenza di grattatoi a muso, era stato attribuito all'Aurignaziano, ma giustamente definito d'età sconosciuta sia per l'esiguità dei manufatti tipici, sia perché, anche gli altri strumenti, non rinvenuti in un contesto stratigrafico.Le poche ricerche, effettuate nell'Isola, sul Paleolitico superiore, risalgono a molti anni fa, con scavi effettuati, quasi esclusivamente, in alcuni depositi di grotta, perché spesso trascurate le numerose stazioni all'aperto e perfino i ripari sotto roccia.Quei pochi Studiosi italiani che si erano sporadicamente interessati sull'argomento, oggetto di tale lavoro, è chiaro avevano tratto conclusioni da "argumenta ex silentio" o, più spesso, erano rimasti influenzati da affrettate sintesi effettuate a distanza.Risultano pertanto obiettivamente poco attendibili gli studi fin qui condotti sia perché le industrie litiche, a suo tempo recuperate, non vennero quasi mai corredate da dati stratigrafici precisi, sia perché gli strumenti di una data cultura non furono correttamente classificati per una scarsa conoscenza tipologica ; nel contempo è da segnalare che poca importanza venne data a tutti i resti ossei, a volte nemmeno recuperati che, come insegna l'esperienza, contengono nel loro insieme strumenti, o frammenti di essi, veri fossili guida realizzati in tale materia prima, o ai ciottoli ed alle liste di pietra, spesso graffiti che possono assurgere anche essi a veri e propri fossili guida.Per ciò che riguarda l'Aurignaziano, anche scavi recenti e recuperi parziali, come in Provincia di Catania, testimoniano raccolte incomplete.Per ciò che concerne il Gravettiano "sensu lato", in Sicilia non si conoscono valide segnalazioni perché per molti non è stato facile individuarlo, in quanto quello siciliano presenta una peculiarità significativa nella forma degli strumenti, detti punte a dorso abbattuto, che solo eccezionalmente mostrano profili dritti, ma che si incurvano leggermente; non sempre sono stati inoltre riconosciuti tutti gli altri fossili guida di questo periodo.Eguale situazione è da puntualizzare per le culture dette dell'Epigravettiano; la grotta Niscemi ed i depositi di Canicattini Bagni, che hanno restituito pezzi a cran, non offrono notizie utilizzabili sui livelli di provenienza ed analoghe situazione si riscontra per i depositi di Cala dei Genovesi e San Corrado a Levanzo, dove le industrie recuperate o sono di superficie o peggio qualcuno asserisce provenire da depositi in grotte viciniore.Non possono anche essere tenuti in giusta considerazione i depositi di Mangiapane, Corruggi, San Basilio ed il riparo sotto roccia di Termini Imerese, suffragati da dati validi, ma che potrebbero essere studiati con moderne metodologie sia tipologiche che statistiche.In verità, nel passato, alcuni ricercatori, esaminando vecchie collezioni, avevano notato che, fra le industrie litiche isolane, spiccavano elementi diagnostici che davano adito a riflettere sulla possibile esistenza di culture appartenenti al Paleolitico superiore antico, con strumenti tipo, confusi in contesti certamente più recenti, e sempre in depositi privi di dati stratigrafici.È poi risultata emblematica l'interpretazione delle industrie litiche recuperate nella Grotta di San Teodoro (Messina) i cui strumenti sono stati studiati a distanza di tempo da chi non aveva partecipato personalmente agli scavi e quindi condizionata, suo malgrado, da una situazione di fatto precostituita.Appaiono pertanto poco convincenti, come anche a suo tempo ebbe a sottolineare G. Laplace, i dati relativi alle sequenze stratigrafiche in cui erano stati rinvenuti i reperti.Egli dubitò apertamente degli accorpamenti effettuati sulla totalità delle industrie litiche, nel frattempo selezionate. Risultò, dalle sue analisi, assurdo che livelli superiori avessero contenuto strumenti a facies macrolitiche, tali in effetti vennero considerati quelli realizzati in quarzite, che si asseriva sormontassero quelli dei livelli contenenti strumenti a facies microlitiche, considerati tali perché realizzati su ridotte lame e lamelle di selce.Tale interpretazione comporta in effetti un ciclo evolutivo ripetitivo e quindi un ritorno a tecnologie più primitive il che risulta assurdo allorquando si sia raggiunto un livello operativo superiore nel taglio della pietra.Ben altra era invero, la realtà dedotta dai dati segnalati nel 1946 e dal Prof. Graziosi e dal Maviglia sulla Rivista di Scienze Preistoriche vol. I fase. I-II, e quelli ripresi dal Prof. Lona dell'Istituto di Botanica dell'Università di Milano, apparsi sempre sulla stessa Rivista edita nel 1949, vol. IV fase. I-II.In particolare il Prof. Graziosi affermava essere evidente la mescolanza, in percentuali diverse a seconda dei livelli, degli strumenti in quarzite con i manufatti ricavati da selce il cui indice laminare è certamente ben differente da quello dei pezzi ricavati da nuclei di quarzite, dai quali possono essere staccate solo lame grossolane così come meno fine risulterà il loro ritocco, per la natura stessa del supporto.Egli segnalava che detti reperti presentavano piani di percussioni lisci e bulbi rilevati. Gli strumenti rinvenuti erano prevalentemente costituiti da "rozze punte a dorso ritoccato, da grattatoi su estremità di lama che risultavano abbondanti in tutti gli strati".Relativamente agli strumenti ricavati da selce venivano poi segnalati "pezzi tendenti alle Chatelperron e strumenti del tipo Gravettes oltre a raschiatoi, discoidi, rozzi bulini d'angolo ed a becco di flauto e microliti del tipo Tardenois", che si precisava essere scarsi negli strati di base ma che raggiungevano la loro massima abbondanza nel livello C per poi impoverirsi nei livelli finali.Da quanto riferito sulle pubblicazioni citate, risulta evidente che furono identificati diversi momenti evolutivi nella tipologia delle industrie litiche recuperate all'interno della Grotta di San Teodoro.Appaiono significative le seguenti affermazioni del Graziosi : "tuttavia alcuni capisaldi sono stati stabiliti dal nostro scavo. Per esempio esso ha confermato, ancora una volta la contemporaneità dei grossolani oggetti in quarzite con gli strumenti in selce, cosa da alcuni negata o messa in dubbio, ed ha potuto cogliere l'evoluzione delle industrie di cui sopra in seno al giacimento."Ciò nonostante nello studio statistico delle industrie litiche di San Teodoro sono state addirittura create nuove divisioni e nuovi accorpamenti su tagli convenzionali e non stratigrafici.Il giacimento di San Teodoro continua però ad essere citato come il giacimento tipo che ha dimostrato che l'Uomo siciliano realizzò i suoi utensili solo nelle fasi finali del Paleolitico superiore e che non fu mai a contatto con la fauna insulare costituita dai diversi tipi di elefanti presenti in Sicilia da 550.000 anni a 22.000-23.000 anni a.C..Eppure il Graziosi, da studioso di rara intelligenza e serietà professionale, aveva ammonito:"diciamo subito che taluni problemi, relativi al Paleolitico superiore siciliano non hanno potuto ancora essere chiaramente risolti dal nostro scavo ; la loro complessità richiede nuove ricerche approfondite e soprattutto la segnalazione e l'esplorazione di altri giacimenti in altre parti dell'Isola. Certe conclusioni di carattere generale che si potrebbero attualmente trarre dallo studio della documentazione sinora nota, poggiano su dati negativi e quindi appaiono pericolosamente infide. Soltanto un'ampia e geograficamente estesa raccolta di documenti potrà fornirci quelle garanzie necessarie alla risoluzione dei problemi in parola."Molti sono, in vero, i giacimenti del Paleolitico superiore che noi avremmo potuto citare ma, visto lo spazio riservatoci dovremo limitarci a segnalarli tutti.Per ciò che riguarda la Preistoria in generale e l'evoluzione dei complessi litici in particolare, è solo da poco tempo che in Italia comincia a delinearsi un quadro più consono alle realtà regionali.In molte province italiane le ricerche ed i relativi studi hanno purtroppo risentito dell'applicazione di un tipo di errata metodologia che si è prevalentemente basata più sulla presunta assenza di certi aspetti evolutivi che sulla loro effettiva insorgenza.Le poche ed a volte scarse testimonianze sono state utilizzate, per ricostruire la diaspora di movimenti antropici che avrebbero interessato la nostra Penisola.La diffusione delle culture del Paleolitico superiore si è, in effetti, irraggiata oltre che in Europa anche in Asia minore e nell'Africa del nord, con chiare testimonianze riscontrate dall'Ungheria e Cecoslovacchia alla Iugoslavia; dalla Polonia, Germania e Russia meridionale al vicino Oriente; dal nord Africa alla Penisola italiana e viceversa.Gli interscambi culturali sono pertanto avvenuti ad opera di diversi ceppi umani, artefici di momenti evolutivi basilari ; si tratta tuttavia di ipotesi quanto mai dibattute, avendo, in questi ultimi anni, i risultati delle ricerche, giocato un ruolo alterno sulla esistenza, specie per le fasi più arcaiche, e dell'Homo sapiens e del Neanderthalinsis, entrambi presenti durante l'ultima glaciazione Wurmiana e certamente venuti a contatto dopo la migrazione dell'H. Sapiens dal Sud Africa.Ancor oggi ci si domanda quale ruolo abbiano essi assunto nel progresso della tecnologia preistorica del taglio della pietra.Leroi-Gourhan affermava che il Perigordiano fu opera dei Neanderthaliani, trovando ad Arcy sur Cure le prove che era esistita un'evoluzione graduale dal Musteriano al Paleolitico superiore.La scoperta di uno scheletro neanderthaliano nella Charante Marittime, in un deposito castelperroniano della Grotta di Saint-Cèsaire, confermerebbe tale tesi.Dal canto nostro riteniamo che, dal punto di vista antropologico, il problema sia più legato a gruppi etnici presenti in differenti luoghi ed allo sviluppo delle razze umane, tramite contatti sempre più frequenti, perché come ha affermato Sergi, i Paleantropi pre-wurmiani mostrano in definitiva, sia caratteristiche fisiche dei neanderthaliani che dei fanerantropi, tant'è che non è più il caso di parlare dell'improvvisa scomparsa dei neanderthaliani ad opera dell'homo sapiens. Non è comunque da escludere la seconda migrazione dell'Homo Sapiens Africano.Nuovi e recenti scavi, una più attenta analisi tipologica, una più completa e vasta conoscenza dell'evoluzione delle culture, anche in campo europeo, rappresentano oggi una seria base da cui ripartire, per far luce su una reinterpretata realtà preistorica che, giorno dopo giorno, si delinea a chiare lettere.In questo nostro lavoro, al fine di meglio far comprendere quali siano state le cause di cattive informazioni, protrattesi fino ai nostri giorni, accenneremo alla storia delle principali scoperte in questo campo di studi, e quali fossero state le più eminenti teorie di quelle epoche passate che, non appaia assurdo, continuano ad avere ripercussioni anche ai nostri giorni, tanto che, per ciò che riguarda la nostra Isola, ancora si ritiene che in Sicilia, particolarmente sulle coste settentrionali, si ritrovano numerosi giacimenti del Paleolitico superiore, ma che appartengono esclusivamente alle sole fasi finali accentrandosi, ad ovest, nelle Provincie di Palermo e Trapani e ad est a Messina e a sud-est a Siracusa. Ciò che poi preoccupa è che fino ai nostri giorni esiste chi sostiene ancora teorie pigoriniane, con delle tesi assurde come quella che vorrebbe complessi epigravettiani essere presenti in livelli neolitici alquanto recenti e che si asserisca che siano presenti elementi litici, associati a ceramiche di tipo Stentinello, che proverebbero il perdurare di complessi epigravettiani con un balzo di circa 10.000 anni.Queste certamente non rappresentano ipotesi di lavoro da verificare, ma possono costituire un serio rischio per l'identificazione puntuale ed esatta delle culture del Paleolitico superiore siciliano.