L'uomo, già sicuramente presente in Italia durante la glaciazione wurmiana, viveva ormai da protagonista le vicende post glaciali. Mentre si affermava l'iniziale periodo climatico "boreale", cioè a clima continentale caldo e secco, (si sviluppò infatti l'Età del bronzo, caratterizzata dall'inizio della pastorizia e dell'agricoltura). Dal 5500 al 3000 a.C., mentre il clima si faceva caldo e umido, e si affermavano le foreste montane di abete e faggio, l'uomo viveva l'Età del ferro. Intorno al 3500 a.C., una fase calda e secca portò a un incremento dell'abete rosso e della rovere e poi, intorno al 500 a.C., un clima freddo e umido favori l'espansione delle faggete nella media montagna e provocò il ritiro dei querceti verso quote inferiori.Con l'agricoltura e la pastorizia, almeno a partire dal 6000 a.C., l'uomo diventò un fattore di drastica modificazione dell'ambiente vegetale, iniziando a bruciare e a dissodare le foreste per creare pascoli e campi di cereali. MODIFICAZIONI IN MOMENTI STORICILe civiltà della Magna Grecia, dell'Etruria e, infine, quella romana distrussero gran parte delle foreste mediterranee e bonifìcarono vaste regioni paludose per guadagnare terra da coltivare. La costruzione delle strade e l'incremento crescente dei traffici mercantili e delle conquiste militari non soltanto portarono a un'espansione delle specie coltivate (come il castagno, la vite e l'ulivo), ma anche a quella involontaria di molte specie. Sulle vie romane, per lo più al seguito degli eserciti, si propagò per esempio Lepidium draba e, con questa, altre specie originarie del Medio Oriente. Molte foreste vennero conservate e tutelate dai Romani, in parte come bene pubblico per la produzione di legno e di ghiande, in parte come luoghi sacri a custodia di fonti, sepolcri e templi.La crisi e la caduta dell'impero romano determinarono, nell'alto Medioevo, un massiccio spopolamento e un abbandono dell'agricoltura, favorendo una ripresa generalizzata delle foreste, che i feudatari si riservavano in gran parte per la caccia. Dopo il 1000 iniziò, però, un m sviluppo dell'agricoltura, la cui tradizione era stata mantenuta viva dalle comunità monastiche, soprattutto benedettine, e anche i boschi vennero grandemente modificati. Molti querceti della bassa montagna diventarono, per esempio, coltivazioni di castagni. L'impetuose sviluppo dell'agricoltura relegò le foreste e le paludi nei territori più inaccessibili e non convenienti da coltivare; su gran parte delle montagne il limite superiore della vegetazione forestale fu abbassato dalle distruzioni operate per far posto a pascoli o per ricavare legna da ardere o da costruzione.I viaggi di scoperta geografica e la conquista europea del continente americano determinarono l'arrivo in Europa e in Italia di molte importanti piante alimentari (si pensi al mais, alla patata e al pomodoro) e di svariate specie introdotte come curiosità scientifiche negli orti botanici universitari o come ornamento nei giardini pubblici e privati. Alcune di queste specie si sono diffuse in modo clamoroso. Due esempi significativi sono Veronica persica, piccola specie erbacea originaria del Medio Oriente e oggi comunissima lungo le strade e nei campi, e Robinia pseudoacacia, albero originario dell'America settentrionale, introdotto in Francia nel 1601 e da li diffusosi rapidamente anche in Italia.Le opere degli uomini sono state quindi un potente fattore di selezione nella composizione della flora italiana, paragonabile ormai, per durata e intensità, a un evento di proporzioni climatiche e geologiche.Oggi la coltivazione del suolo con metodi industriali e l'uso del territorio per motivi ricreativi agiscono su una situazione resa fragile dai molti, pesanti interventi del passato. Molte specie rare sono in pericolo di estinzione e anche specie un tempo comuni sono diventate rare. Più che nel passato, insomma, la varietà della flora selvatica dipende, ormai, soltanto dalle scelte dell'uomo.