Il modello desertico riproposto in questi ultimi anni, per il bacino del Mediterraneo, dopo le ricerche effettuate in mare profondo dalla nave oceanografica Glomar Challenger del Deep Sea Drilling Project è stato in effetti, per la prima volta elaborato come "teoria desertica" da Walther (1894-1924) mentre quello in antitesi, "modello oceanico", trae la sua idea dalla così detta "teoria della barra" elaborata nel 1877 da Ochsenius.Le argomentazioni portate a sostegno di questa seconda tesi, dai pochi ulteriori sostenitori, possono essere sintetizzate nei seguenti punti:a) la continuità delle sedimentazioni fra Messiniano e Pliocene, notata però quasi esclusivamente nel bacino adriatico e limitata ad alcune parti della Calabria e forse della Toscana; tale situazione geologica non tiene però conto che il bacino adriatico ha avuto sicuramente un'evoluzione indipendente e che inoltre risulta isolato da tre soglie subacquee e cioè quella di Gibilterra, quella del canale di Sicilia ed ultima quella Gargano-Lissa il che lascia facilmente supporre trattarsi di un bacino a regime idrologico parzialmente indipendente, soggetto anche a rapido sprofondamento, testimoniato dai forti spessori dei sedimenti che vengono spesso citati come esempio;b) intercalazioni, nelle evaporiti, di probabili frane sotterranee e turbiditi dette di mare profondo proprio per gli spessori prima citati;c) presenza di organismi detti di mare profondo ed a salinità quasi normale, evidentemente per apporti idrici continentali in un bacino isolato, contenuti nelle marne interposte a dette evaporiti.Per questi ulteriori due punti evidentemente non si vuol tener conto che il bacino del Mediterraneo non si è prosciugato dall'oggi al domani a parte il fatto che le terre sommerse, nelle zone periferiche della nostra Penisola e delle piattaforme continentali sono rimaste sempre poste più in alto rispetto ai fondali marini; non è inoltre da dimenticare che prima del Messiniano o all'inizio di tale periodo, le comunicazioni con l'Atlantico si sono instaurate attraverso lo stretto nord-betico e forse anche attraverso quello sud rifano, non essendo lo stretto di Gibilterra ancora esistente.All'inizio del Messiniano si verificherà poi il sollevamento della catena della Sierra Nevada e del Rif con conseguente riduzione dei canali di penetrazione sia in profondità che in larghezza.Si instaurerà così quell'ambiente eusinico che, con il progressivo aumento della salinità porterà alla precipitazione dell'anidride.Temporanee variazioni eustatiche o abbassamenti di dette soglie sembra abbiano determinato diversi cicli evaporitici con formazione di depositi successivi di salgemma ed altri sali più solubili, ancor prima del totale prosciugamento del Mediterraneo; detti sali ed il salgemma si trovano infatti, in alcuni casi, nella metà inferiore della successione evaporitica.La presunta continuità di sedimentazione, più volte sostenuta nel passaggio dal Miocene al Pliocene, non è infatti applicabile alla serie Siciliana, della Calabria ed altrove e, nella maggior parte dei casi, le evaporiti presentano strutture tipiche della Sebkha (il termine trae tale nome da una zona arida e desertica del golfo arabico) testimoniando ambienti litorali intercotidali o di spiaggia (gesso stromatolitico, noduli di anidride, fessure di disseccamento ecc.).Prima della successiva inondazione pliocenica modifiche ed alterazioni intervennero sulle terre emerse e sono tuttavia riscontrabili anche attraverso perforazioni effettuate sulla terra ferma.Questi eventi non sfuggirono a C. Lyell, uno dei fondatori della Geologia, tanto che la fine di questa rivoluzione fu dallo stesso scelta, nel 1833, come evento storico che divide il Miocene dal Pliocene.Come già detto l'unica zona dove può riscontrarsi continuità di sedi menti è stata rilevata a N. del Gargano, fino alla Romagna, ma trattasi verisimilmente di zona a se stante."Con l'aiuto della sezione affiorante in Sicilia", dice Kenneth J. Hsu, che ha recentemente ripreso la teoria del modello desertico, "siamo stati in grado di ricostruire la storia del Mediterraneo durante gli ultimi 15 o 20 milioni di anni".I terreni del Pliocene inferiore infatti, sia in Sicilia che nella Penisola italica ed altrove sono quasi sempre trasgressivi, discordanti ed accompagnati da un conglomerato di base, depositatisi quindi per l'avanzata del mare sui terreni emersi del Messiniano e su quelli più antichi, messi a nudo dall'erosione continentale. G. Ruggeri dell'Università di Palermo, dal canto suo, scriveva già in un articolo del 1955 che la rivoluzione biologica, intervenuta 6 milioni di anni fa, non era potuta derivare che dal disseccamento del Mediterraneo.Prima di passare ad elencare le principali prove dedotte dalle importantissime indagini condotte dalla Glomar Challenger, ci sembra opportuno fornire anche qualche semplice indicazione di carattere chimico. Nel "modello oceanico" è previsto che i solfati precipitino nel fondo dei bacini maggiori nei quali si ha stagnazione ed aumento progressivo della concentrazione salina; si vengono così a formare precipitati di solfato di calcio idrato (gessi) come ancor oggi avviene ad esempio nel Mar Morto.I sali più solubili (salgemma e sali potassici) si depositano solo nei bacini marginali o nei mari poco profondi (lagune periferiche) dove la forma stabile del solfato di calcio è quella anidra.L'anidride primaria (solfato anidro) e la dolomite primaria indicano poi temperature tali da giustificare anch 'esse acque molto basse il che è anche confermato dalla presenza di specie bentoniche e da diatomiti, alternantesi a rocce Carbonatiche, che si sviluppano solo in presenza di luce solare che per mette la fotosintesi clorofilliana.Per ritornare alle prove dedotte dalle perforazioni del Mediterraneo basta citare che nei bacini balearico e tirrenico sono state ritrovate, a centinaia di metri sotto i fondali, stromatoliti algali che rappresentano strutture "organo-sedimentarie" che si formano esclusivamente nelle piatteforme continentali, in quella zona compresa fra il livello delle basse ed alte maree.Dall'esame delle carote di perforazione, provenienti dal mare profondo, sono state evidenziate anche flore decisamente terrestri, contenute in sedimentazioni rosse, originatisi per ossidazione subaerea.Tutto ciò è riscontrabile sotto i fondali di tutti i maggiori bacini del Mediterraneo dove rocce e fossili indicano, con certezza, profondità minime o addirittura ambienti a volte subaerei testimoni di un bacino profondo disseccato.Depositi di ambiente desertico sono stati riscontrati sia nel Tirreno (pozzo 132) che nel bacino balearico (pozzo 133) dove terreni azoici e rubescenti, tipici di zone desertiche, assumono talora spessori fino a m. 150 circa; nel pozzo 134 è stata addirittura notata una frattura di disseccamento nel saIgemma, riempita da sedimenti eolici.Nel bacino levantino sono inoltre presenti associazioni specializzate di un ostracode euriliano con un foraminifero bentonico che può vivere solo in zone lagunari ed A. Decima, dell'Università di Palermo ha studiato una fauna ad ostracodi del Miocene superiore, ritrovata in una perforazione a S. di Creta, che ha stabilito essere vissuta solo sul fondo di laghi salmastri.Nel 1961 la nave oceanografica americana Chain entrava nel Mediterraneo con un nuovo tipo di apparecchiatura, una forma perfezionata di eco- scandaglio che penetrando con onde sonore, al di sotto della superficie dei fondali segnalò la presenza di uno strato compatto a centinaia di metri di profondità. I grafici mostrarono un gran numero di strutture a pilastro dette "duomi salmi", cioè rocce evaporitiche che si sa dover essere limitate ad ambienti lagunari costieri.Tale orizzonte fu denominato "orizzonte M" ed identificato come composto di resti inorganici lasciati dal disseccamento del Mediterraneo sotto forma di evaporiti del Miocene superiore. La conferma di questa ipotesi doveva essere data dalla perforazione di un ulteriore pozzo a circa 130 Km. ad occidente della Sardegna.Dopo aver attraversato 330 m. di fanghi non consolidati la sonda incontrò uno strato di salgemma ad oltre 3.300 m. al disotto del livello del mare.Ciò che è più importante in questo campione è che intercalati nei vari li velli sono stati evidenziati straterelli di silt depositati dal vento oltre a minuti granuli di quarzo eolizzati in ambiente subaereo e frammenti di scheletri di foraminiferi.Sabbie coliche e frammenti di microfauna, evidentemente sparsi su di una pianura desertica, erano stati spinti dal vento all'interno di un lago salato, entrando così a far parte delle rocce evaporitiche in formazione.La parte immediatamente superiore del deposito ed ulteriori sondaggi nella zona hanno restituito silt rossi e verdi e ciottoletti arrotondati tipici delle incisioni fluviali desertiche.A questo punto è anche d'uopo ricordare che a 160 Km. a S.E. di Barcellona un'ulteriore perforazione eseguita nel fondo di un vulcano sottomarino sepolto ha restituito uno strato di ciottoletti essenzialmente costituiti da tre tipi di rocce: basalto oceanico, fango oceanico consolidato e gesso.Dato il ristretto tipo di materiale litico detti ciottoli non potevano essere stati trasportati da correnti di torbida e provenire dalle coste spagnole perché in questo caso si sarebbero riscontrati numerosissimi altri tipi di rocce.La componente aggregante risultò poi costituita da solfato anidro di calcio, prodotto tipico di zone desertiche o lagune costiere.Evidentemente il vulcano sottomarino, divenuto dopo il prosciugamento un monte-vulcano interamente asciutto, consolidò i fanghi depositatisi sulle pendici, litificandoli. Il citato campione, estratto con la perforazione, era stato prodotto dalle acque di deflusso del fondo oceanico disseccato.Non citeremo certamente in questa sede tutti i numerosi argomenti forniti dal nutrito rapporto sulla crociera mediterranea condotta dalla Glomar Challenger, rapporto edito nel 1973 dall'Ufficio Stampa del Governo USA e consistente in ben due volumi di 1448 pp. che offrono una messe vastissima di lavori analitici per specialità e preziosi dati interpretativi, ma ci limiteremo ad illustrare alcune conseguenze del progressivo abbassamento del livello marino in relazione alle terre circostanti, prendendo in considerazione almeno quel fenomeno comunemente conosciuto come ringiovanimento del ciclo erosivo dei fiumi.Verso la fine del XIX secolo, durante una ricerca di acque sotterranee fu scoperta, al di sotto della pianura di Valencia, nella Francia meridionale, una prima profonda valle scavata nel granito per centinaia di metri al di sotto del livello del mare e riempita da sedimenti pliocenici di tipo oceanico, e a loro volta ricoperti da terreni alluvionali del Rodano.Successive perforazioni hanno permesso di stabilire che detta valle si estende da Lione a Valencia e fino al delta del Rodano per più di 160 Km. e posta ad oltre 900m. al di sotto dell'attuale superficie.Allorquando si iniziò la costruzione della diga di Assuan, in Egitto, furono poi trivellati ben 15 pozzi al fine di ritrovare uno strato compatto per l'impianto delle strutture.Possiamo oggi immaginare la meraviglia del geologo russo I. S. Chumakov allorquando le perforazioni gli offrirono i dati relativi all'esistenza di una stretta e profonda gola al di sotto del corso del Nilo, intagliata per oltre 200 m. nel granito; detta gola risultò riempita anch'essa da fanghi pliocenici marini, a loro volta ricoperti dalle alluvioni del Nilo. Ulteriori perforazioni operate nel delta del fiume, a profondità di oltre 300 m. non riuscirono a raggiungere il fondo dell'antico canyon e la sua profondità valutata ad oltre 1500 metri.Sondaggi effettuati in Libia, da parte di geologi di compagnie petrolifere confermano poi la presenza di canali sepolti ed incisi a quasi 400 m. di profondità al di sotto del livello marino.Canali e valli sepolte di questo tipo si ritrovano anche in Algeria, Israele, Siria ed in altri paesi circummediterranei.Detti canali hanno eroso le piattaforme continentali e le loro scarpate fino al piano abissale, sviluppandosi al largo delle coste della Francia, della Corsica, della Sardegna e dell'Africa settentrionale.I canyon presentano tutti morfologia tipicamente fluviale e si ricollegano a fiumi tuttora esistenti sulle terre emerse ed il loro percorso può essere seguito fino alla profondità di 1800-2400 m. al margine del piano abissale.Tutto ciò testimonia una vigorosa erosione prodottasi all'inizio del Pliocene a cui seguì un'improvvisa inondazione da parte delle acque marine con il formarsi dello stretto di Gibilterra.L'acqua dell'Atlantico con una gigantesca cascata prodottasi per almeno 100 anni inondò il profondo bacino asciutto del Mediterraneo che fu in precedenza e per un certo periodo costellato da laghi di acqua dolce, come è confermato dalla presenza di ostracodi fossili appartenenti al genere Cyprideis che non possono vivere in acque ipersaline ed ancor meno in ambiente totalmente desertico. Specie endemiche tuttora viventi testimoniano poi superstiti di un'antica fauna trasportata dalla precipitazione di acque dolci o salmastre provenienti dai bacini del Nord Europa.Forse è percorrendo il profondo canyon scavato dal Nilo che alcuni nostri antichi progenitori raggiunsero la nostra Isola o forse attraverso qualche ponte naturale che ancora riuniva la piattaforma europea a quella africana; è, come dice Kenneth J. Hsù,: "che spettacolo impressionante dovette essere questo per i progenitori africani dell'uomo". ATTIVITA' VULCANICHEL'origine dell'arcipelago delle Eolie è datata radiometricamente, sui vulcani sottomarini presenti nel settore occidentale allor quando si sono iniziati i fenomeni del vulcanesimo, e coè da 1.3 - 1.1 milioni di anni fa.In relazione alla relazione delle frattura crostali profonde si sono formate prima: Filicudi, Alicudi, Panarea, ed in parte Salina e Lipari, le cui formazioni si sono completate unitamente a Vulcano e Stromboli.L'isola di Ustica si è formata con l'attività eruttiva a partire dalla tettonica distensiva originatasi in seguito allo sprofondamento del bacino tirrenico.Sempre ad 1.3 - 1.1 milioni di anni fa, sono riconducibili le manifestazioni eruttive sottomarine del Canale di Sicilia, in tale periodo si formerà l'isola di Pantelleria ed in seguito l'isola di Linosa, circa 1 milione di anni fa.E' questo il periodo in cui, esistendo ancor prima il ponte Siculo-Turismo vi fu migrazione di faune Africane verso la Sicilia, faune che in seguito alle attività vulcaniche di mare profondo resteranno isolate in Sicilia e nella Isola di Malta certamente ancora legate.E' nell'intervallo di tempo compreso fra 6-700 mila anni fa e 350 mila anni fa attraverso i processi di evoluzione endemica, che si produrranno le modificazioni, in senso diminutivo, di alcuni mammiferi del comple